La Memoria

LA MEMORIA

Il teatro della memoria è imprevedibile. Le boe della nostra navigazione intima non sono solo gli eventi per loro natura indimenticabili, ma spesso anche fatti o immagini apparentemente insignificanti, che tornano invece a riaffacciarsi con insistenza alla nostra memoria.

Quella strada di campagna in un pomeriggio d’estate. Quell’odore che non sapremmo neanche definire, eppure riconosciamo uguale. A volte non sono nemmeno ricordi precisi, ma sensazioni, in ogni caso indelebili. “Per quanto tempo è per sempre?”, chiede Alice. E Bianconiglio risponde: “A volte solo un secondo”. A volte per una vita intera.

Bahar Heidarzade ha fatto della memoria il cardine della sua ricerca artistica. Una scelta che affonda le sue radici nel suo passato, nella decisione ardita, ma dolorosa, di abbandonare la sua famiglia e il suo paese, spinta dalla necessità per lei irrinunciabile di decidere cosa fare della sua vita, di godere di quella libertà che noi tendiamo a dare per scontata, ma che per troppe donne, in tante parti del mondo, è ancora solo un desiderio. Un desiderio o un ricordo. Come succede in Iran, precipitato nel 1979 nell’incubo di una repubblica teocratica dove la libertà, in un penoso corto circuito temporale, è sia desiderio, sia memoria di un passato recente, in cui le donne erano libere. Libere di scegliere come vestirsi, libere di studiare, lavorare, ballare e cantare.

D’altra parte la storia insegna. La linea del tempo non è una retta audace proiettata sempre e solo in avanti, in una possibilità di progresso potenzialmente infinita: conosce invece curve dolorose, imprevedibili inversioni a u. Come sapeva bene quella ragazza dai lunghi capelli neri, che sventolava fiera il suo hijab, in quella foto diventata il simbolo delle proteste dell’autunno del 2022. Cinquant’anni prima sua madre indossava la minigonna, lei quanto avrà pagato il coraggio di essersi strappata quel velo dalla testa e averlo agitato in aria come una bandiera?

Chi sceglie di andarsene deve imparare a fare i conti con la nostalgia, con quella cesura feroce tra il prima e il dopo. Per Bahar Heidarzade, l’arte è il mastice capace di dare forma ai frammenti del suo passato, taglienti come vetri, facendoli diventare elementi di un mosaico narrativo.

Nel ciclo di dipinti Dieci anni il colore è una sorta di secrezione mentale alla quale l’artista affida la scrittura emotiva della sua storia. Il significato non è esibito in forme dialogiche, ma è presupposto di un gesto che ubbidisce alle esigenze di un racconto privato. Solo il titolo del ciclo allude a un tempo preciso, a una durata, suggerendo l’aderenza alla vicenda personale di Heidarzade.

“Sono dipinti astratti, perché raccontano un momento della mia vita in cui le persone che amavo erano sparite, generando un vuoto che ha finito per allagare la mia anima”, rivela Bahar. Sta a chi guarda, quindi, interpretare le voragini del bianco, il buio del nero, l’urlo del colore. Lo spazio della tela diventa il luogo della sismografia di un dolore evocato, per poter essere finalmente non rimosso, ma comunicato, anche se in forme criptiche.

Per Heidarzade, il racconto delle sue memorie è una necessità che non diventa mai arrogante racconto di sé: l’indecifrabilità del suo racconto offre, infatti, a ognuno di noi una possibilità di sovrascrittura. Perché solo così la sua storia può diventare anche la nostra.

Ogni dipinto della serie Dieci anni è uno spazio di racconto e di ascolto. I termini originali della narrazione, così come la distanza spaziale e culturale tra il suo paese e il nostro, non hanno più importanza. D’altra parte, quello della condivisione è l’altro cardine della ricerca di quest’artista. Trasformare l’esperienza individuale in collettiva è per lei un modo per sublimare la sofferenza, per trasformare il dolore in azione da compiere insieme e, quindi, in potenziale riscatto. Esigenza che trova compiuta espressione nei suoi lavori performativi.

Le figure che non avevano trovato spazio nei dipinti si presentano invece, in forma enigmatica, nelle opere della serie Memorie. Sono vecchie fotografie di persone sconosciute, soprattutto di donne, dove i volti sono cancellati da pennellate di colore, cera o applicazione di altri materiali. Il volto è il luogo dell’identità, cancellare i volti significa immettere quei corpi nel circuito di una memoria collettiva.

Un’altra volta la rievocazione del passato personale, per sua natura solipsistica, diventa pretesto per il racconto di un ricordo a cui sta a noi dare voce. Quelle donne senza volto, quei bambini, nella negazione della loro identità, mettono in scena un dramma dove i personaggi indossano la maschera di quelli che hanno abitato la nostra storia.

Testo critico di MARINA PIZZIOLO

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